L’edizione 2026 del Rapporto IFEL Fondazione ANCI “Il personale dei Comuni italiani” segnala un primo recupero degli organici comunali, ma conferma fragilità strutturali: livelli di personale ancora inferiori al passato, dimissioni non pensionistiche in crescita, retribuzioni poco competitive, piccoli Comuni e uffici tecnici sotto pressione. In questo contesto, l’intelligenza artificiale può essere una leva organizzativa, non un sostituto del personale.
La ripresa del reclutamento ferma l’emorragia, ma non ricostruisce ancora la capacità amministrativa
L’edizione 2026 del rapporto “Il personale dei Comuni italiani”, realizzato da IFEL Fondazione ANCI, aggiorna il quadro sullo stato di salute della pubblica amministrazione locale. Il dato più evidente e positivo rileva come nel 2024, per la prima volta dal 2007, il personale comunale torna a crescere. La lettura complessiva resta però preoccupante perché la ripresa del reclutamento ha fermato l’emorragia, ma non ha ancora ricostruito la capacità amministrativa perduta.
Nel 2024, a esclusione dei passaggi tra amministrazioni dello stesso comparto, i Comuni italiani hanno assunto 28.020 unità di personale a tempo indeterminato e ne hanno perse 25.167, con un saldo positivo di 2.853 unità. Il personale comunale complessivo è così salito a 343.200 unità, circa 1.500 in più rispetto al 2023. Tuttavia, rispetto al 2007, il personale resta inferiore del 28,4%: in diciassette anni i Comuni hanno perso oltre un quarto della propria forza lavoro.
Dopo anni di contrazione, il saldo torna positivo, ma il livello degli organici rimane strutturalmente più basso rispetto al passato. I Comuni, cioè il primo presidio istituzionale vicino ai cittadini, sono chiamati a gestire servizi sempre più complessi con una dotazione di personale ancora ridotta.
La fuga rallenta, ma non si ferma
Il nuovo rapporto IFEL mostra che la fase più acuta della riduzione numerica sembra essersi arrestata, ma le uscite continuano a pesare e non sono determinate solo dai pensionamenti.
Nel 2024 le cessazioni per cause diverse dal pensionamento hanno superato le uscite per pensionamento. Nel periodo 2017-2024, secondo IFEL, sono state circa 82.000 le persone uscite dai Comuni per ragioni diverse dalla pensione: dimissioni, passaggi verso altre amministrazioni, ricerca di condizioni professionali o economiche più favorevoli.
Se le tendenze attuali saranno confermate, nei prossimi sette anni il comparto comunale potrebbe perdere circa 145.000 unità, pari al 46% del personale a tempo indeterminato oggi in servizio. Il fenomeno non è però solamente quantitativo perché impone anche una riflessione relativa alle competenze che i Comuni perderanno, quali resteranno e quali eventualmente entreranno.
Il nodo delle retribuzioni
Uno dei fattori principali della bassa attrattività del lavoro comunale resta il trattamento economico. Il rapporto IFEL conferma che le retribuzioni medie nei Comuni sono tra le più basse nel confronto con altri livelli della pubblica amministrazione.
Nel 2023 un istruttore comunale aveva una retribuzione complessiva media di 29.993 euro, contro i 33.267 euro di uno regionale. Per gli operatori il divario è ancora più evidente: 23.216 euro nei Comuni contro 28.270 euro nelle Regioni. Anche il confronto con ministeri e agenzie fiscali evidenzia una distanza significativa, soprattutto per le figure tecniche, amministrative e specialistiche più richieste dal mercato del lavoro.
Questo spiega perché molti dipendenti comunali, dopo essere stati formati e aver maturato esperienza, scelgano di spostarsi verso amministrazioni più grandi, enti sovracomunali o settori privati in grado di offrire condizioni economiche e prospettive di carriera più competitive.
Gli uffici tecnici sotto pressione
Il problema diventa particolarmente evidente negli uffici tecnici, cioè in quelle strutture comunali chiamate a seguire urbanistica, edilizia, opere pubbliche, investimenti, progettazione, gare, cantieri e attuazione degli interventi finanziati anche con risorse europee e PNRR.
Dal 2015 al 2024 il personale comunale impegnato nella pianificazione urbanistica ed edilizia si è ridotto del 17,2%. Nello stesso periodo, invece, gli investimenti fissi lordi dei Comuni sono cresciuti in modo rilevante: 8,3 miliardi di euro nel 2017, 19,1 miliardi nel 2024 e 21,9 miliardi nel 2025.
In sostanza, meno persone devono seguire molti più investimenti, con carichi di lavoro più elevati e maggiore complessità amministrativa. Questo dato aiuta a comprendere perché i cittadini percepiscano spesso rallentamenti nella gestione delle pratiche, difficoltà nella realizzazione delle opere pubbliche, tempi lunghi nelle autorizzazioni e maggiore fatica amministrativa. Dietro molte inefficienze c’è infatti una macchina comunale che negli anni ha perso forza lavoro.
I piccoli Comuni sono i più fragili
Il rapporto 2026 dedica un approfondimento specifico ai piccoli Comuni, cioè agli enti con meno di 5.000 abitanti, dove la crisi del personale diventa più delicata, perché ogni singolo dipendente svolge spesso più funzioni, presidia procedimenti diversi e garantisce continuità a servizi essenziali.
La questione riguarda una parte molto ampia del Paese. In Italia (dati aggiornati al 1° gennaio 2025 su base Istat) i Comuni con meno di 5.000 abitanti sono 5.520, pari al 69,93% del totale nazionale. Se si amplia lo sguardo ai Comuni con meno di 10.000 abitanti, includendo anche la fascia tra 5.000 e 9.999 residenti, si arriva a 6.693 Comuni, pari all’84,79% dei Comuni italiani. La fragilità organizzativa degli enti di minore dimensione riguarda quindi la grande maggioranza dell’assetto comunale italiano.
Nel 2024 i dipendenti a tempo indeterminato nei piccoli Comuni sono 53.228, contro i 61.795 del 2013. In poco più di dieci anni la riduzione è stata pari al 13,9%, ma il dato più critico riguarda il part-time: nei piccoli Comuni l’incidenza del lavoro a tempo parziale è raddoppiata, passando dal 14,1% al 29%. Questo significa che, anche quando una posizione risulta formalmente coperta, la capacità lavorativa effettivamente disponibile può essere significativamente inferiore.
La situazione è ancora più critica se si considera che oltre un terzo dei piccoli Comuni dispone di non più di cinque dipendenti e circa due terzi non superano le dieci unità di personale a tempo indeterminato. In enti di queste dimensioni, la perdita anche di una sola persona può mettere in difficoltà l’intera organizzazione.
Si investe di più in formazione, ma non basta
Nel 2024 la spesa per la formazione del personale comunale ha raggiunto oltre 33,5 milioni di euro, pari a 98 euro per unità di personale; il valore più alto della serie storica analizzata da IFEL. Dopo anni di tagli e vincoli, è un dato importante, perché la qualità dei servizi pubblici dipende sempre di più dalla capacità dei dipendenti di aggiornare competenze giuridiche, tecniche, digitali e organizzative.
Permane però un problema di programmazione: nel 2024 il 57,8% dei Comuni rispondenti non aveva predisposto un piano formativo interno, nei Comuni fino a 1.000 abitanti questa percentuale arriva al 75% e solo il 15,2% dei Comuni dichiara di avere un responsabile della formazione.
La formazione è quindi cresciuta in termini di spesa, ma non è ancora diventata una voce di investimento stabile, programmata e collegata ai fabbisogni reali degli enti.
Perché si entra e perché si esce dai Comuni
Il rapporto IFEL contiene anche un’indagine dedicata ai motivi che spingono le persone a lavorare in Comune, oppure a cercare altri luoghi di lavoro. A questa indagine hanno partecipato 6.698 dipendenti comunali e dalle risposte emerge come si entra nei Comuni soprattutto per stabilità, garanzie del posto di lavoro, conciliazione vita-lavoro e puntualità nei pagamenti.
Al contrario, le ragioni che possono spingere a lasciare il Comune sono soprattutto economiche e professionali come retribuzione non adeguata, benefici accessori insufficienti, limitate prospettive di crescita, eccesso di burocrazia, leadership debole, ritmi stressanti e sovraccarichi di lavoro.
Il Comune è percepito quindi come un luogo stabile e vicino alla comunità, ma fatica a essere competitivo quando le persone cercano crescita, riconoscimento economico e possibilità di sviluppo professionale.
L’intelligenza artificiale come leva, non come sostituzione
Rispetto a quanto descritto nell’edizione 2025 del rapporto, il quadro 2026 suggerisce una riflessione più matura sul ruolo dell’intelligenza artificiale nella pubblica amministrazione locale.
L’intelligenza artificiale non può essere presentata come una soluzione automatica per far fronte alla carenza di personale, ma è comunque un’opportunità per rendere l’ente locale più efficiente, a condizione che la sua introduzione tecnologica sia supportata da integrazione strategica, revisione dei processi organizzativi e formazione continua.
L’intelligenza artificiale può infatti aiutare i Comuni ad automatizzare attività ripetitive e standardizzate (protocollazione, classificazione documentale, ricerca normativa, predisposizione di bozze di atti, assistenza informativa ai cittadini, gestione delle richieste più ricorrenti, lettura di grandi quantità di documenti, monitoraggio dei procedimenti), liberando tempo per le funzioni a maggiore valore aggiunto.
La vera sfida: ripensare l’organizzazione comunale
Il rapporto 2026 conferma che il tema l’incremento di personale comunale deve essere impostato su quattro strategie: rendere più attrattivo il lavoro nei Comuni, valorizzare le competenze, programmare il ricambio generazionale e utilizzare la tecnologia per semplificare davvero i processi.
Questo suggerisce una ridefinizione del problema che deve passare da “quanti dipendenti mancano?” a “di quali competenze hanno bisogno i Comuni per garantire servizi pubblici moderni, accessibili e continui?”.
Conclusioni
L’edizione 2026 del rapporto IFEL restituisce una situazione degli enti locali con alcune contraddizioni: parziale e momentaneo arresto dell’emorragia di personale dagli enti locali, ma con una riduzione delle competenze, aumento della spesa in formazione, ma senza una vera pianificazione, aumento degli investimenti e dei servizi gestiti, ma con organici ridotti, anziani e non sempre adeguati alle nuove sfide.
In questo scenario, l’intelligenza artificiale può diventare una risorsa decisiva per garantire continuità amministrativa e qualità dei servizi ai cittadini perché può aiutare i dipendenti comunali a lavorare meglio, ridurre i carichi ripetitivi, semplificare le procedure e rendere più sostenibile l’attività quotidiana.