Il 22 settembre, davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, Donald Trump ha proposto di sostituire l’espressione “Artificial intelligence” con “Super intelligence”. Secondo il presidente americano, la parola “artificial” rischia di far apparire questa tecnologia come qualcosa di finto, mentre ciò che sta emergendo sarebbe estremamente reale e potente. L’indicazione ha avuto anche un primo seguito concreto, con il Dipartimento di Stato che ha iniziato a utilizzare la nuova espressione in alcune comunicazioni.
Potremmo considerarla semplicemente un’operazione di comunicazione politica, ma l’impressione è che dietro questa scelta si possa intravedere il segnale di un cambiamento di paradigma che sta maturando negli Stati Uniti e nei principali centri di ricerca tecnologica.
Occorre però distinguere il significato attribuito da Trump alla “Super intelligence” dal concetto scientifico di super intelligenza. Quest’ultimo non descrive semplicemente un’intelligenza artificiale più potente di quella attuale, ma sistemi che potrebbero arrivare a superare le capacità cognitive umane in un insieme molto ampio di attività, dal ragionamento alla ricerca scientifica, dalla programmazione alla pianificazione, fino alla creatività e alla soluzione di problemi complessi.
È significativo che, tre mesi prima delle parole del presidente Trump, Google DeepMind abbia pubblicato lo studio “From AGI to ASI” dedicato alla possibile evoluzione verso forme di super intelligenza. I ricercatori descrivono sistemi che, in prospettiva, potrebbero raggiungere capacità cognitive superiori a quelle esprimibili da grandi organizzazioni di esseri umani. Secondo questo studio il risultato potrebbe derivare dal progressivo aumento delle capacità dei modelli, dall’emergere di nuovi paradigmi tecnologici, dall’impiego dell’intelligenza artificiale per migliorare sé stessa e dalla cooperazione tra molteplici agenti intelligenti.
Si tratterebbe di un salto evolutivo epocale. Oggi utilizziamo prevalentemente l’intelligenza artificiale come uno strumento al quale assegniamo un compito e dal quale riceviamo una risposta. La super intelligenza potrebbe invece introdurre sistemi capaci di analizzare autonomamente un problema, definire una strategia, utilizzare altri strumenti digitali, coordinare sistemi specializzati, verificare i risultati e produrre nuova conoscenza.
La differenza sarebbe anche qualitativa perché la super intelligenza potrebbe affrontare problemi che oggi richiedono il lavoro coordinato di numerosi specialisti, analizzando contemporaneamente quantità enormi di informazioni e individuando soluzioni difficilmente raggiungibili attraverso le sole capacità umane.
È difficile stabilire con precisione quando potrebbe avvenire questo passaggio, ma possiamo provare a prevederlo richiamando alcuni scenari contenuti in recenti studi. Tra il 2026 e il 2030 è ragionevole attendersi una forte crescita dei sistemi autonomi, capaci di svolgere attività sempre più complesse con una supervisione umana ridotta. Negli anni Trenta potrebbero diffondersi sistemi in grado di gestire interi processi professionali, tecnici e scientifici. Una vera super intelligenza potrebbe richiedere tempi più lunghi, forse collocandosi negli anni Quaranta, anche se la rapidità dell’evoluzione tecnologica rende queste previsioni inevitabilmente incerte, perché se i sistemi di intelligenza artificiale diventassero capaci di contribuire direttamente alla ricerca scientifica, potrebbero accelerare il loro stesso sviluppo.
Per i cittadini le conseguenze sarebbero profonde. Per esempio, in medicina potremmo disporre di strumenti capaci di analizzare enormi quantità di dati clinici e contribuire alla scoperta di nuove terapie. Nell’istruzione ogni studente potrebbe avere un tutor digitale personale. Nella pubblica amministrazione assistenti intelligenti potrebbero seguire una pratica dall’inizio alla fine e rendere progressivamente automatico l’accesso a molti servizi.
Anche il lavoro cambierebbe radicalmente poiché una quota crescente delle attività oggi svolte dai lavoratori potrebbe essere automatizzata e il valore del contributo umano si sposterebbe sempre più verso la capacità di definire obiettivi, assumere decisioni, esercitare responsabilità e governare sistemi intelligenti.
Accanto alle opportunità emergerebbero interrogativi altrettanto rilevanti da affrontare: chi controllerà questi sistemi, chi potrà accedervi, come sarà distribuita la ricchezza prodotta dall’automazione, come saranno tutelati i dati personali e come evitare che la super intelligenza aumenti le disuguaglianze tra cittadini, imprese e Paesi.
Per questo il cambio di nome proposto da Trump potrebbe assumere un significato che va oltre le intenzioni dello stesso presidente americano. “Super Intelligence” potrebbe diventare la parola con cui iniziamo a descrivere il passaggio da macchine che ci aiutano a pensare a sistemi che, in alcuni ambiti, potrebbero pensare meglio e più velocemente di noi.
Forse non siamo ancora entrati nell’era della super intelligenza, ma potremmo essere già entrati nella fase in cui governi, imprese e centri di ricerca cominciano seriamente a prepararsi al suo arrivo.
Articolo pubblicato nella venticinquesima uscita di 𝗣𝗮𝗿𝘁𝗻𝗲𝗿𝗶𝗻𝗴 𝗘𝘂𝗿𝗼𝗽𝗲 al link https://lnkd.in/dffVjue3